Aula B1, Fontanella Borghese, Piazza Borghese 9, Roma
11.06.2026 | ore 15.00 - 18.00
12.06.2026 | ore 10.00 - 13.00
Seminario di dottorato in Architettura. Teorie e Progetto
Zuppa d'autore
Incontri con architette e architetti italiani
Nel panorama attuale, un numero crescente di progetti di “sviluppo” - spesso mascherati da operazioni di “rigenerazione urbana” - nasce su commissione di una finanza internazionale che ha preso coscienza degli alti rendimenti garantiti dal mercato immobiliare, purché gestito con le stesse logiche speculative del mercato azionario.
Come in Borsa, anche questi progetti necessitano di criteri “pseudo-scientifici” e formalmente
inattaccabili, perché legittimati da protocolli “ufficiali”, strumenti normativi che, sotto l’apparenza della neutralità tecnica, finiscono, a differenza dei Protocolli dei Savi di Sion, per minare l’autorialità dell’architetto: quell’autorialità che da oltre mezzo millennio costituisce la ragion d’essere stessa della disciplina, almeno in Italia.
L’anno che corre è il 2025. Passato il primo quarto del XXI secolo, si può tentare di fare un punto: si moltiplicano documenti e alleanze - dal Davos Baukultur Alliance al New European Bauhaus, fino ai più recenti paradigmi di biophilic design - redatti da esperti di governance e politiche urbane. Dietro l’obiettivo dichiarato di “rigenerare” contesti fragili, questi protocolli spesso nascondono la funzione di rendere socialmente accettabili operazioni puramente commerciali, rivolte a un pubblico disabituato all’esercizio del pensiero critico, stremato dal sovraccarico informativo della modernità digitale.
Già all’inizio del secolo, Joseph Rykwert aveva lanciato un monito, rimasto inascoltato: “La democrazia partecipativa sembra passare dalle mani degli elettori a quelle degli azionisti e degli utenti. Il mondo dei consumatori ha soppiantato quello dei cittadini” (J. Rykwert, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città, Einaudi, Torino 2004, p. 218). Marco Belpoliti osserva a sua volta: “Il mondo dei “custumers” ha soppiantato quello dei “cittadini” fossero quelli antichi della polis greca e della civitas romana o il mondo agglutinato di mattoni delle città medievali: senza sogni, senza dèi e senza leggi sacre condivise, le città implodono e divengono metropoli espanse senza forma, slabbrate e identiche le une alle altre […]. Il
nostro è oggi un mondo uniforme, identico da un capo all’altro del globo, che non sogna più, che si divide e confligge, travolto da un elemento economico e commerciale che distrugge la forma stessa del nostro stare insieme in quell’agglomerato imprevedibile e organizzato che sono le nostre città” (M. Belpoliti, Joseph Rykwert: gli dèi, gli uomini e l’architettura, in “Doppiozero”, 20 ottobre 2024).
In sintesi, Rykwert ci ha ricordato che l’architettura e il fatto urbano costituiscono un intreccio
inestricabile di racconto e fabulazione. L’architettura non può essere guidata soltanto da logiche razionali o economiche, ma deve nascere da concetti, sentimenti e, soprattutto, desideri. La città, per essere davvero tale, deve mantenere un rapporto profondo con il conscio e l’inconscio, individuale e collettivo, poiché esistono forze invisibili e forme oniriche condivise che attraversano ogni società.
In un panorama culturale dominato dall’avanzata inarrestabile di una tecnologia che annulla ogni distanza spazio-temporale, il seminario Zuppa d’autore intende dare visibilità a quelle “anguille” che, secondo la celebre immagine di Aby Warburg, continuano ad agitare il mondo culturale nel tentativo di rigenerare la forma dell’architettura, o comunque di produrre forme “in ritardo” o “in anticipo” rispetto all’appuntamento con l’ideologia e la retorica del momento: forme anacronistiche, capaci di riappropriarsi senza mimetismi delle rovine della storia.
Rinnovandola.
a cura di: Orazio Carpenzano, Conrad-Bercah, Maria Clara Ghia
contatti: mariaclara.ghia@uniroma1.it

